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lunedì 2 maggio 2016
Three Levels Theory of Matter, Zhineng Qigong
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mercoledì 15 maggio 2013
venerdì 30 novembre 2012
domenica 28 ottobre 2012
La sterilità psicogena
Cosa cercano le donne quando vogliono "fare un figlio"? E che ne è delle donne che non riuscendo a concepirlo si rivolgono alla medicina?Il percorso estremamente appassionante, mostra l'evoluzione da un desiderio di maternità ancora vago, a un totale cambiamento della percezione di sé. Ed è soprattutto il vissuto del corpo che viene modificato.Il corpo diventa la posta in gioco tra sé e il discorso medico.La domanda di avere un figlio si trasforma dinnanzi al medico in una domanda di sapere il perché della propria sterilità, che è al tempo stesso il perché delle proprie origini.Il testo mette in luce attraverso le parole stesse delle donne intervistate, come la medicina contribuisca, in un rapporto non sempre chiaro di causa-effetto, a favorire uno spostamento dal soggetto all'oggetto, rafforzando l'immagine di un corpo meccanico sempre più invivibile.
Continua... http://rolandociofi.blogspot.it/2012/06/la-sterilita-psicogena-cura-di-jacopo.html
Continua... http://rolandociofi.blogspot.it/2012/06/la-sterilita-psicogena-cura-di-jacopo.html
mercoledì 22 dicembre 2010
Emozioni, tra salute e malattia
Fonte:http://www.lalungavitaterapie.it/
Ogni emozione è specificamente correlata con uno dei cinque organi interni yin:
La capacità di rispondere alle ordinarie sollecitazioni del mondo interiore ed esteriore con un appropriato sentire, è una componente critica della vita umana vissuta in salute.
Le emozioni potrebbero essere considerate un fenomeno"atmosferico" essenziale del paesaggio umano.
Le emozioni potrebbero essere considerate un fenomeno"atmosferico" essenziale del paesaggio umano.
Come i fattori climatici naturali (Vento, Freddo, Umidità, Secchezza, Calore) possono in certe condizioni divenire patogeni, analogamente le emozioni possono divenire da causa di malattia.
Le emozioni eccessive, inappropriate alla condizione in atto, oppure ripetute e compulsive possono rompere l'equilibrio e il fluire armonioso dell'energia vitale.
Nel Classico interno dell'Imperatore Giallo vengono menzionate le sette emozioni che più determinano lo stato psichico della persona.
Le emozioni eccessive, inappropriate alla condizione in atto, oppure ripetute e compulsive possono rompere l'equilibrio e il fluire armonioso dell'energia vitale.
Nel Classico interno dell'Imperatore Giallo vengono menzionate le sette emozioni che più determinano lo stato psichico della persona.
Esse sono:
l'euforia (esaltazione dello spirito), la collera , la malinconia, che può giungere alla tristezza, la preoccupazione e la paura che può giungere al terrore.
Queste sette modalità del sentire sono parte della ricchezza del mondo interiore della persona e soltanto quando divengono eccessive o rimangono insufficienti per un lungo periodo di tempo o anche si manifestano in modo improvviso ed esplosivo possono determinare squilibri e malattie somatiche.
Ed è pur vero che le malattie del corpo, a loro volta, tendono a creare una disarmonia nella sfera psichica.
Ognuno degli stati emozionali eccessivi ha una sua specifica modalità di disturbare il buon funzionamento dell'organismo.
Ognuno degli stati emozionali eccessivi ha una sua specifica modalità di disturbare il buon funzionamento dell'organismo.
In particolare, l'euforia rallenta e disperde l'energia; la collera crea ostacoli ed ostruzioni; la paura fa discendere l’energia e il terrore la rende caotica, infine la malinconia e la tristezza rendono debole l’energia.
Le due tipologie estreme della persona molto emozionale e della persona congelata emotivamente sono prototipi di soggetti a rischio di ammalare prima o poi per compromissione dell’equilibrio energetico psicofisico.
Le due tipologie estreme della persona molto emozionale e della persona congelata emotivamente sono prototipi di soggetti a rischio di ammalare prima o poi per compromissione dell’equilibrio energetico psicofisico.
Ogni emozione è specificamente correlata con uno dei cinque organi interni yin:
la preoccupazione (il rimuginare) con la Milza, la collera con il Fegato, la paura e il terrore con il Rene, la malinconia e la tristezza con il Polmone, l'eccitazione con il Cuore.
Le emozioni eccessive danneggiano, come si è detto, l'attività funzionale dell'organo di pertinenza e, viceversa, la malattia dell'organo disturba l'emotività.
giovedì 8 aprile 2010
Il telaio incantato
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mercoledì 14 gennaio 2009
sabato 20 dicembre 2008
Libero arbitrio e manifestazioni della coscienza
Liberamente tratto da:
Benjamin Libet ripropone il grande problema del libero arbitrio, che fa parte del più generale problema del rapporto mente-corpo.
Libet, insieme ad alcuni collaboratori, in una serie di esperimenti condotti nei primi anni '80, si poneva l'obiettivo di trovare delle relazioni quanto più possibili precise tra l'esperienza cosciente (vedi coscienza) e l'attivazione di determinate zone cerebrali. Le indagini sul campo condotte da Libet possono essere generalmente divise in due fasi principali:
1. Ricerche tese a mettere in rapporto la percezione cosciente di stimoli sensoriali (tattili) con i relativi correlati neurali. Libet trovò che le stimolazioni a livello cutaneo venivano percepite consapevolmente dal soggetto soltanto dopo circa 150 msec. dopo il loro inizio, mentre non veniva avvertita alcuna sensazione se lo stimolo durava meno di 150 msec. In un'altra serie di esperimenti, in cui i soggetti (pazienti che dovevano essere sottoposti ad operazioni al cervello ), erano stimolati con deboli correnti per mezzo di elettrodi inseriti direttamente in zone circoscritte della corteccia note per il loro coinvolgimento nella sensazione cutanea Libet rilevò invece un intervallo di tempo di circa 0,5 sec. tra la sollecitazione e la relativa esperienza avvertita a livello cosciente. Anche in questo caso, se la sollecitazione aveva una durata inferiore, non veniva percepita coscientemente dal soggetto.
2. Ricerche che miravano a individuare la relazione tra l'intenzione cosciente - la volontà del soggetto - di compiere determinati movimenti e l'attivazione di specifici gruppi neuronali, segnalata da potenziali elettrici misurati con elettrodi collocati sul cranio.
Le conclusioni tratte da Libet furono che le azioni volontarie incominciano a livello neurale, come segnalato dal potenziale di preparazione, e solo successivamente (dopo almeno 300-350 msec.) il soggetto diviene consapevole dell'intenzione di agire. Se tuttavia l'attività cerebrale preposta all'azione volontaria si manifesta prima del sorgere della volontà di agire, questa appare piuttosto una conseguenza dell'attività stessa, e non il fattore che la determina. E' facile rendersi conto che, in tale prospettiva, la concezione di un soggetto in grado di agire in maniera autonoma appare irrimediabilmente compromessa. Libet suggerisce di assegnare al libero arbitrio un ruolo più ridotto rispetto a quello ad esso riconosciuto tradizionalmente: il libero arbitrio non consisterebbe nella capacità di dare il via all'azione, bensì nella possibilità di decidere nel momento del manifestarsi dell'intenzione cosciente (300-350 msec. dopo l'inizio del potenziale di preparazione, ma 150-200 msec. prima dell'effettivo inizio dell'azione), se dar corso all'azione o se inibirla.
Il ruolo della volontà - del libero arbitrio - si svolgerebbe, nell'ottica libettiana, soltanto nel senso del controllo, dell'inibizione, nei confronti di azioni che vengono predisposte, in maniera del tutto inconscia, a livello neuronale.
Riferimenti bibliografici :
Libet,B. Mind time. Il fattore temporale nella coscienza, Raffaello Cortina, Milano, 2007
venerdì 19 dicembre 2008
FISICA DELLA MENTE
Oggi si arriva a ipotizzare che il fenomeno della coscienza possa essere la conseguenza di movimenti di elettroni all'interno dei microtubuli delle proteine che costituiscono ogni organismo vivente.
Sembra infatti che le proteine approfittino direttamente degli effetti quantici per compiere attività che altrimenti sarebbero assolutamente impossibili.
R.Penrose, famoso fisico dell'Università di Oxford, rifacendosi ad alcune pionieristiche ricerche dell anestesiologo S.Hameroff e del neurofisiologo B.Libet, ipotizzò che i processi cerebrali come la coscienza o la consapevolezza dovessero essere direttamente collegate al fenomeno fisico noto come coerenza quantistica.
Tale fenomeno è quel meccanismo fisico per cui i metalli portati a bassa temperatura manifestano il fenomeno della superconduttività dell elettricità senza opporre resistenza.
R.Penrose, famoso fisico dell'Università di Oxford, rifacendosi ad alcune pionieristiche ricerche dell anestesiologo S.Hameroff e del neurofisiologo B.Libet, ipotizzò che i processi cerebrali come la coscienza o la consapevolezza dovessero essere direttamente collegate al fenomeno fisico noto come coerenza quantistica.
Tale fenomeno è quel meccanismo fisico per cui i metalli portati a bassa temperatura manifestano il fenomeno della superconduttività dell elettricità senza opporre resistenza.
Una situazione molto simile, seppure in condizioni ambientali decisamente diverse, avviene secondo Penrose anche a livello cerebrale, in particolare a livello dei tubuli : l'evento cosciente nell'uomo, e cioè il passaggio dallo stato di pre-coscienza allo stato di coscienza, avviene al raggiungimento da parte dei tubuli dello stato di massima eccitazione coerente.
Come gli elettroni nella superconduttività (che muovendosi allunisono permettono alla corrente di muoversi senza ostacoli), così la globalizzazione della coerenza tra i tubuli cerebrali permette il verificarsi del processo cognitivo.
Il tempo di transizione della fase pre-cosciente alla fase cosciente con la conseguente attivazione del segnale motore che consente ad esempio di muovere un braccio, dura circa mezzo secondo.
Il susseguirsi delle transizioni dal livello minimo al livello massimo di coerenza dei tubuli, costituisce il corso della coscienza, lo scorrere del tempo.
I fenomeni di coerenza quantistica oltre a spiegare razionalmente le dinamiche dei processi cognitivi, darebbero conto di quello che Penrose chiama Senso Unitario della mente.
Il processo cosciente non può mai essere frutto dell'attivazione di una singola area del cervello ma deve scaturire dall'azione concertata in un gran numero di zone della mente. L'oscillazione coerente dei tubuli, la quale interessa la maggior parte del cervello, provvederebbe egregiamente a quel collegamento globale essenziale per l'estrinsecazione dell'atto mentale
martedì 7 ottobre 2008
Anticipazione percettiva
di: Paolo Manzelli/University of Florence
Il nostro cervello anticipa continuamente il corso futuro degli eventi; tale naturale possibilità serve e garantire una continuità temporale tra passato presente e futuro.
Il nostro cervello anticipa continuamente il corso futuro degli eventi; tale naturale possibilità serve e garantire una continuità temporale tra passato presente e futuro.
Certamente il cervello non è un apparato “veggente” cioè proiettato solo verso il futuro, ma comunque possiede in parte anche queste possibilità.
Vediamone scientificamente il perché !
Il bambino appena nato non “vede nulla” dato che non ha alcuna possibilità di riconoscimento.
Infatti deve ancora costruire la propria memoria. percettiva. ricevendo la informazione sull'ambiente mediante i sensi che forniscono con continuità le differenze spaziali e le differenze temporali tra stati successivi degli eventi, permettendo la memorizzandone una traccia mnemonica necessaria per attuare il riconoscimento significativo della percezione visiva. Il riconoscimento mnemonico permette infatti di attuare una distinzione tra i singoli eventi percepiti ed il flusso continuo di ciò che è percepito attraverso i sensi, permettendo di focalizzare e stabilizzare la percezione delle informazione ricevuta dai sensi.
La memoria serve pertanto a dare un senso riconoscibile ad una informazione che di per se stessa non ne ha alcuna, essendo composta solo da una collezione di passate differenze informative recepite per via sensoriale.
Tale ragionamento serve a capire che il cervello utilizzando di differenti modalità di integrazione delle aree che memorizzano a breve e lungo termine, compie una duplice funzione attribuibile alla parallela attività dei due emisferi cerebrali... Infatti mentre da un lato il cervello tende a compiere una categorizzazione seriale degli stimoli sensoriali suddividendoli, nella memoria a lungo termine, in categorie riconoscibili come sensazioni, dall'altro tende a dare significato anticipativo alla informazione elaborando, (con modalità sinergiche più proprie della memoria a breve termine), un pronostico necessario per interpretare la dinamica degli eventi evitando in tal modo una scissione della coscienza tra passato presente e futuro. Possiamo avvalorare tale interpretazione della percezione ricordando ad esempio il fatto che quando ( noi occidentali) andiamo in Cina gli asiatici ci appaiono tutti simili , così come per loro sembriamo a prima vista sostanzialmente tutti uguali quando vengono da noi.
Ciò accade perché il cervello nella sua categorizzazione mnemonica tende a costruire un modello dei tratti caratteristici del volto di mediando le informazioni tra tutte le facce note in modo da poter riconoscere più facilmente le minime differenze tra un volto ed un altro.
L'europeo quindi costruisce i volti sulla base di un modello, ma se il modello del volto dei cinesi è fortemente diverso il cervello deve rielaborare una nuova categoria partendo dal mediare i connotati disponibili delle facce visibili nel nuovo ambiente così da poterne nuovamente apprezzare le minime differenze rispetto al nuovo modello cognitivo e distinguere nuovamente ciascun volto.
L'uomo evidentemente e più sensibile ai volti umani a partire da quello della mamma, ma un tale andamento di riconoscimento percettivo avviene anche per tutte le altre cose osservabili.
Certamente senza una contemporanea funzionalità di ricostruzione anticipativa della dinamica degli eventi ci ritroveremo a vivere in un gap temporale che viene compensato proprio dalla innata capacita intuitiva ed immaginativa che si ritiene già sviluppata nella vita intra-uterina e che inoltre durante la vita ci disponiamo ad allenare frequentemente sognando.
La storia della scienza e una dimostrazione di come il cervello sappia elaborare l'immaginario percettivo generando logiche interpretative con cui vengono affrontate le problematiche osservate per dimensionare un pronostico anticipativo degli eventi e pertanto per esplorare il futuro.
Oggi le “neuroscienze cognitive” hanno iniziato a comprendere le basi neurologiche per mezzo delle quali il cervello acquisisce una percezione significativa del mondo generando una percezione visiva che altro non e che lo scenario delle nostre interazioni possibili con l'ambiente in cui viviamo. In conclusione oggi ci troviamo a dover rivedere le concezioni che in passato hanno fatto ritenere che il vedere con gli occhi, avvenisse creando una immagine impressa direttamente sulla retina, così come fa una macchina fotografica, per poi essere poi trasmessa memorizzata dal cervello similmente a ciò che avviene nello sviluppo di una pellicola fotografica.
In vero tale interpretazione è evidentemente ormai obsoleta anche perché non prende nella benché minima considerazione il fatto che comunque infine siamo noi a vedere la fotografia. Pertanto dobbiamo considerare che tale interpretazione delle nostre modalità di vedere è stata basata su un modello meccanico della percezione che è stato concepito con troppa semplicità proprio in quanto in realtà nell'occhio non si rileva alcuna immagine già descritta né come forme e neppure come colori.
La retina è invece un ricettore di un flusso di informazione che viene canalizzato da sistemi a duplice di polarizzazione per attuare una doppia analisi significativa nei due emisferi cerebrali del cervello che nella loro sintesi costruiscono interattivamente il mondo che vediamo come previsione delle nostre possibili interazioni con l'ambiente.
venerdì 26 settembre 2008
La formazione di concetti
di: Oscar Bettelli
Esiste un collegamento immediato fra categorizzazione percettuale e memoria, come si può desumere dall'esistenza di una coscienza primaria presente anche negli animali.
Esiste un aspetto centrale nella funzione cerebrale che concerne concetti e la formazione di concetti.
Concetti diversi non solo possono essere collegati in ordini particolari durante il pensiero ma possono anche concernere gli ordinamenti che implicano memoria e successione spaziotemporale.
I concetti sono necessari per la formazione della memoria di valori e categorie ritenuta essenziale per la coscienza primaria.
I concetti sono difficili da definire e la loro esistenza e le loro basi neurali devono essere inferiti indirettamente dai dati sperimentali.
Inoltre si è tentati di considerare i concetti come proprietà del linguaggio; ma non è così.
Si può infatti sostenere con buone ragioni che anche animali privi di vere capacità linguistiche, come gli scimpanzé, hanno concetti e che i concetti vengono acquisiti prima del linguaggio. Occorre resistere alla tentazione di pensare che i concetti siano semplicemente immagini mentali o che siano essi stessi il linguaggio del pensiero.
Un animale capace di formare concetti è in grado di identificare una particolare cosa o azione e controllarne il comportamento futuro, in un modo più o meno generale, proprio sulla base di tale identificazione: in particolare agisce come se fosse in grado di formare giudizi fondati sul riconoscimento dell'appartenenza a categorie o di integrare particolari in universali.
Tale riconoscimento non solo si fonda sulla categorizzazione percettuale, ma deve essere anche relazionale.
Esiste un collegamento immediato fra categorizzazione percettuale e memoria, come si può desumere dall'esistenza di una coscienza primaria presente anche negli animali.
Esiste un aspetto centrale nella funzione cerebrale che concerne concetti e la formazione di concetti.
Concetti diversi non solo possono essere collegati in ordini particolari durante il pensiero ma possono anche concernere gli ordinamenti che implicano memoria e successione spaziotemporale.
I concetti sono necessari per la formazione della memoria di valori e categorie ritenuta essenziale per la coscienza primaria.
I concetti sono difficili da definire e la loro esistenza e le loro basi neurali devono essere inferiti indirettamente dai dati sperimentali.
Inoltre si è tentati di considerare i concetti come proprietà del linguaggio; ma non è così.
Si può infatti sostenere con buone ragioni che anche animali privi di vere capacità linguistiche, come gli scimpanzé, hanno concetti e che i concetti vengono acquisiti prima del linguaggio. Occorre resistere alla tentazione di pensare che i concetti siano semplicemente immagini mentali o che siano essi stessi il linguaggio del pensiero.
Un animale capace di formare concetti è in grado di identificare una particolare cosa o azione e controllarne il comportamento futuro, in un modo più o meno generale, proprio sulla base di tale identificazione: in particolare agisce come se fosse in grado di formare giudizi fondati sul riconoscimento dell'appartenenza a categorie o di integrare particolari in universali.
Tale riconoscimento non solo si fonda sulla categorizzazione percettuale, ma deve essere anche relazionale.
Le capacità di formazione dei concetti devono permettere la valutazione delle conseguenze obiettive di azioni e la generalizzazione da una classe di stimoli a un'altra, e devono essere in grado di assimilare contenuti nuovi.
Durante l'evoluzione e anche nell'individuo i concetti precedono il linguaggio e il significato.
La formazione dei concetti precede la semantica.
I concetti prendono l'avvio dai materiali forniti dall'apparato percettuale, sono costruiti dal cervello e richiedono la memoria.
Diversamente dalla parola, non sono convenzionali o arbitrari non sono legati a una comunità linguistica e non dipendono da una presentazione sequenziale.
Nella loro forma più complessa, i concetti possono servire di base a schemi di immagini, compendiando una varietà di situazioni fisiche generali.
La formazione di concetti è relazionale, può essere usata per l'identificazione e per un'ulteriore generalizzazione su cose e rapporti nel mondo ed è perciò una condizione necessaria ma non sufficiente per la semantica nella misura in cui nell'uso presente consideriamo i concetti diversi da parole, significati e linguaggio.
Queste considerazioni suggeriscono che la capacità di avere concetti deve aver richiesto l'evoluzione di regioni cerebrali capaci di particolari funzioni, evolutesi in epoche più recenti ma tuttavia fondate strutturalmente sulle funzioni anteriori della categorizzazione percettuale, della memoria e dell'apprendimento.
venerdì 19 settembre 2008
Database associativi: ecco come ragiona un essere umano
di: Oscar Bettelli
Il modo di ragionare umano utilizza in maniera elastica le associazioni esistenti tra concetti, parole e simboli del contesto discorsivo.
La tecnologia dei data base si è soffermata principalmente sulle relazioni esistenti tra entità; le relazioni sono delle associazioni prefissate e definite logicamente e rappresentabili con funzioni. Nel flusso normale di un colloquio le associazioni svolgono un ruolo predominante e determinano la direzione del discorso.
Una difficoltà all'apparenza insormontabile che si presenta agli studiosi della dinamica delle associazioni consiste nel fatto che ogni cosa può essere associata a qualsiasi altra in maniera completamente arbitraria, il reticolo di rimandi aumenta a dismisura.
Un modo per rappresentare oggetti consiste nell'attribuire un nome ad ogni parte di interesse. Una tipica associazione può essere descritta come xn - x1,x2,...,xk un nome xn associato a k nomi distinti. Un metodo di costruzione di grafi di associazioni particolarmente efficienti è basato sulla struttura ad ipercubo.
Si può dimostrare che navigando in un grafo con struttura ad ipercubo è possibile raggiungere ogni nodo con un numero ottimale di passi. Le associazioni possono essere classificate in associazioni dirette o associazioni mediate da termini intermedi.
È possibile infatti connettere due nodi passando attraverso altri termini e realizzare una associazione indiretta. È sorprendente la facilità con cui la mente utilizza le associazioni senza esserne sopraffatta; quando si sperimenta con un computer un numero di associazioni significativo ci si trova di fronte a tempi di risposta eccessivamente lunghi.
Inoltre occorre un criterio di scelta o di discernimento per evitare che troppe associazioni blocchino il procedere normale del colloquio. Probabilmente nel cervello interviene il tipo di memoria olistica che consente la contemporanea elaborazione di molte associazioni.
Rimane comunque fondamentale l'attività cosciente legata all'attenzione che consente di decidere quali associazioni sono significative in un determinato contesto.
Algoritmi costruiti sulla dinamica associativa, pur essendo interessanti per le prestazioni pseudo-umane che presentano, mostrano una decisa carenza per quanto riguarda la capacità di selezionare i termini pertinenti rispetto al complesso di associazioni che vengono attivate. È possibile, concettualmente, rappresentare una associazione come un percorso definito in un grafo di relazioni.
Le relazioni sono gestibili a calcolatore, ne consegue che le associazioni possono essere manipolate con algoritmi opportuni. Si pone però un problema: i grafi che rappresentano associazioni reali sono dinamici, si modificano nel tempo.
Diviene quindi interessante lo studio di algoritmi dinamici che consentano un'ottimizzazione delle relazioni e di conseguenza delle associazioni. È possibile definire una metrica sul grafo che consente la costruzione di intorni, relativamente ai nodi, simulando un comportamento analogo a quello che si otterrebbe con l'utilizzo di fuzzy-sets.
Per concludere il concetto di associazione si dimostra di estremo interesse nella progettazione di data base con prestazioni più elastiche di quelle ottenibili dalla tecnologia classica.
Per simulare le prestazioni analogiche umane, il concetto di associazione occupa un posto centrale nella logica degli algoritmi a calcolatore.
Resta necessario uno sforzo della comunità scientifica per lo studio delle caratteristiche che il concetto di associazione comporta per le future tecnologie informatiche.
Il modo di ragionare umano utilizza in maniera elastica le associazioni esistenti tra concetti, parole e simboli del contesto discorsivo.
La tecnologia dei data base si è soffermata principalmente sulle relazioni esistenti tra entità; le relazioni sono delle associazioni prefissate e definite logicamente e rappresentabili con funzioni. Nel flusso normale di un colloquio le associazioni svolgono un ruolo predominante e determinano la direzione del discorso.
Una difficoltà all'apparenza insormontabile che si presenta agli studiosi della dinamica delle associazioni consiste nel fatto che ogni cosa può essere associata a qualsiasi altra in maniera completamente arbitraria, il reticolo di rimandi aumenta a dismisura.
Un modo per rappresentare oggetti consiste nell'attribuire un nome ad ogni parte di interesse. Una tipica associazione può essere descritta come xn - x1,x2,...,xk un nome xn associato a k nomi distinti. Un metodo di costruzione di grafi di associazioni particolarmente efficienti è basato sulla struttura ad ipercubo.
Si può dimostrare che navigando in un grafo con struttura ad ipercubo è possibile raggiungere ogni nodo con un numero ottimale di passi. Le associazioni possono essere classificate in associazioni dirette o associazioni mediate da termini intermedi.
È possibile infatti connettere due nodi passando attraverso altri termini e realizzare una associazione indiretta. È sorprendente la facilità con cui la mente utilizza le associazioni senza esserne sopraffatta; quando si sperimenta con un computer un numero di associazioni significativo ci si trova di fronte a tempi di risposta eccessivamente lunghi.
Inoltre occorre un criterio di scelta o di discernimento per evitare che troppe associazioni blocchino il procedere normale del colloquio. Probabilmente nel cervello interviene il tipo di memoria olistica che consente la contemporanea elaborazione di molte associazioni.
Rimane comunque fondamentale l'attività cosciente legata all'attenzione che consente di decidere quali associazioni sono significative in un determinato contesto.
Algoritmi costruiti sulla dinamica associativa, pur essendo interessanti per le prestazioni pseudo-umane che presentano, mostrano una decisa carenza per quanto riguarda la capacità di selezionare i termini pertinenti rispetto al complesso di associazioni che vengono attivate. È possibile, concettualmente, rappresentare una associazione come un percorso definito in un grafo di relazioni.
Le relazioni sono gestibili a calcolatore, ne consegue che le associazioni possono essere manipolate con algoritmi opportuni. Si pone però un problema: i grafi che rappresentano associazioni reali sono dinamici, si modificano nel tempo.
Diviene quindi interessante lo studio di algoritmi dinamici che consentano un'ottimizzazione delle relazioni e di conseguenza delle associazioni. È possibile definire una metrica sul grafo che consente la costruzione di intorni, relativamente ai nodi, simulando un comportamento analogo a quello che si otterrebbe con l'utilizzo di fuzzy-sets.
Per concludere il concetto di associazione si dimostra di estremo interesse nella progettazione di data base con prestazioni più elastiche di quelle ottenibili dalla tecnologia classica.
Per simulare le prestazioni analogiche umane, il concetto di associazione occupa un posto centrale nella logica degli algoritmi a calcolatore.
Resta necessario uno sforzo della comunità scientifica per lo studio delle caratteristiche che il concetto di associazione comporta per le future tecnologie informatiche.
lunedì 15 settembre 2008
Comportamento degli adolescenti
di: Johann Rossi Mason
Gli psichiatri Bressa e Bjork:
Gli psichiatri Bressa e Bjork:
Non pretendete che i ragazzi si comportino come piccoli adulti
“Alcuni comportamenti degli adolescenti sono inspiegabili per il modo di pensare degli adulti e la proverbiale incomunicabilità tra le generazioni è normale, fisiologica e deriva dalla particolare anatomia cerebrale dei ragazzi” è il parere dello psichiatra Giorgio Maria Bressa, docente di psicobiologia del Comportamento all'Università IPU di Viterbo e Direttore Scientifico della associazione Adole-scienza ( www.adole-scienza.it ). La ragione è ampiamente spiegata anche in un editoriale apparso nell’ultimo numero della rivista di psicologia Yourself: “Il cervello degli adolescenti” spiega lo psichiatra“ cresce in maniera continua sino ad oltre i 20 anni e lo fa in modo preciso, rispettando una evoluzione che dapprima privilegia l'area delle emozioni (paure, ansie, istinti) e solo più tardi giunge a completamento, permettendo alle strutture più complesse di perfezionarsi.
I lobi prefrontali, sede anatomica del giudizio e del buon senso tanto auspicato dai genitori, giungono a completa crescita solo verso i vent'anni. A questa età sfumano significativamente velleità, controsensi, comportamenti imprevedibili e irrazionali, tentativi di autonomia e stupidaggini incomprensibili per gli adulti”. I ragazzi provocano, sono oppositivi, talora impenetrabili, riservati, incoscienti e particolarmente predisposti a comportamenti a rischio: “Il cervello dei giovanissimi è molto plastico e ‘impara’ proprio in questi anni le regole dell’adattamento all'ambiente, cosa che non potrebbe fare né prima né dopo” continua il professor Bressa “quasi il 90% dei problemi degli adulti ha avuto la propria fase di gestazione nella cosiddetta ‘età ingrata’.
Non possiamo e non dobbiamo quindi pretendere che i nostri ragazzi si comportino da adulti responsabili e capaci di una capacità di critica anacronistica rispetto allo sviluppo del cervello”. Le argomentazioni dello psichiatra italiano si sposano perfettamente con le scoperte che giungono dagli Stati Uniti: i ricercatori si sono spesso interrogare sui processi di motivazione dei giovani.
La motivazione di un giovane a eseguire azioni che potenzialmente potrebbero essergli utili è più scarsa di quella di un adulto, specialmente se la ricompensa è procrastinata nel tempo. Questo perché nel cervello degli adolescenti il “centro della ricompensa” o del reward non è completamente sviluppato. È il risultato di un recente studio apparso sul Journal of Neuroscience e proprio questi dati spiegano perché i ragazzi adottano comportamenti a rischio come bere alcol, assumere stupefacenti o avere comportamenti sessuali a rischio: in pratica perché si tratta di attività che con un minimo sforzo ricevono una ricompensa elevata dal punto di vista delle emozioni ricevute.
Ecco quello che sostiene il dottor James Bjork, del National Institute of Alcohol Abuse di New York City:
“Abbiamo confrontato con la RMN 12 ragazzi tra i 12 e i 17 anni e 12 giovani adulti tra i 22 e i 28 anni. Mentre si sottoponevano all’esame strumentale abbiamo chiesto loro di eseguire un videogioco: se riuscivano a colpire un bersaglio sullo schermo ricevevano una piccola somma di denaro, altrimenti lo perdevano. Sia nei giovani che negli adulti le immagini della risonanza mostrassero come si attivassero aree del cervello specifiche (striato ventrale, insula destra, talamo dorsale, sezioni dorsali).
Lo “striato ventrale” in cui risiede probabilmente il ‘centro della ricompensa’ mostrava un aumento dell'attività in entrambi i gruppi in rapporto con l’entità della ricompensa in denaro.
Ma lo striato ventrale destro manifestava una minore attivazione nei ragazzi che negli adulti”.
Secondo Bjork altre ricerche hanno già confermato che quest'area è responsabile della motivazione:
“È la regione che controlla quanto un organismo vuole impegnarsi per ottenere una ricompensa.
I dati indicano che sia gli adolescenti che gli adulti sono egualmente felici ed eccitati alla prospettiva di vincere, ma che l'emozione si differenzia nella quantità di sforzo da fare per ottenere il risultato”. Ci potrebbe essere quindi una ragione fisiologica in comportamenti tipici come la difficoltà ad alzarsi la mattina, ad impegnarsi nello studio. Riprende la parola il professor Bressa: “Raramente i ragazzi valutano le conseguenze a lungo termine e il loro senso del futuro è diverso da quello degli adulti. Per questo è meglio che i genitori spieghino le conseguenze immediate dei comportamenti scorretti o dannosi.
Anziché spiegare che fumando potrebbero sviluppare gravi malattie dopo vent'anni è meglio puntare sugli effetti sull'alito, l'ingiallimento dei denti o la peggiore performance sportiva”.
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