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sabato 29 dicembre 2012

La parola che genera

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Discernere la realtà da ciò che è immagine di realtà, far sì che le immagini mentali che derivano dall’esperienza abbiano spazio per abitare la realtà soggettiva di chi le sviluppa e non siano in eccessivo ed insanabile contrasto con essa, in questo sta il gioco-lavoro dell’essere adulti, del diventare tali, del riuscire ad essere educatori.
Nel riflessivo “conoscersi” ritroviamo la doppia valenza, del conoscere se stessi e conoscersi reciprocamente in un rapporto interpersonale o di  gruppo: è questo il primo ed essenziale passo a cui è assoggettata ogni eventuale ulteriore scelta di cambiare qualcosa di sé o dei rapporti in atto. Il desiderio e la pratica reale del “conoscersi” può generare entusiasmo; solo a partire da ciò si può acquisire credibilità nei rapporti, soprattutto fra adulti e nuove generazioni.
Le problematiche psicologiche sono oggi amplificate dalla complessità delle condizioni di vita e da cambiamenti profondi e costanti. nell’organizzazione familiare e sociale. Si è in presenza di una permanente sovraesposizione stimolativa dovuta ai mezzi interattivi, contatti immediati e mediati con molteplici mondi, idee, immagini, suoni e parole. Valorizzare ciò che può umanamente arricchire, evitando ciò che potrebbe costituire un elemento d’eccesso, non assimilabile e pertanto dannoso, è possibile a condizione di conoscere profondamente se stessi e disporre di un senso critico adeguato. In assenza di ciò, il miscuglio interattivo generalizzato arreca confusione che sommandosi ad eventuali problemi personali di base non adeguatamente affrontati, diventa una miscela esplosiva di prima grandezza, per cui la crisi che giunge non è più semplicemente tale, ma si trasforma in bufera se non proprio tsunami emotivo.


continua....La parola che genera di Luciano Provenzano

sabato 28 gennaio 2012

LA GENERAZIONE DEI VIDEOGIOCHI É GIÀ PRONTA: CRESCERÀ SIMULANDO di Francesco Antinucci « Rolandociofi's Blog

La scuola è (o dovrebbe essere) il luogo dell’apprendere. E’ naturale pensare che il come si apprende potrebbe essere rilevante per il suo funzionamento ma, stranamente, nessuna di queste discussioni se ne occupa. E’ dato per scontato. D’altra parte, cosa c’è di più naturale: si prende un libro, si legge, si studia e alla fine si sa. Si tratta solo di migliorare questo processo. E invece no. Il perno centrale di questo tipo di apprendimento è il testo scritto e, infatti, esso viene chiamato tecnicamente “simbolico-ricostruttivo”. La conoscenza da apprendere è formulata in linguaggio verbale; quindi, in simboli. Bisogna innanzitutto decodificare questi simboli, il che significa recuperare attraverso il loro significato ciò a cui essi si riferiscono (e questa è la parte simbolica); poi bisogna assemblare questi referenti “ricostruendo” le situazioni, gli stati di cose che le frasi del testo descrivono.
Tutto avviene nella mente: sia gli oggetti ricostruiti che i processi con cui vi si opera sono mentali. Questo lavorio mentale è cosciente e richiede attenzione: è poi più o meno difficile a seconda del numero e del tipo di operazioni che bisogna compiere per effettuare correttamente la ricostruzione. La sua caratteristica fondamentale è che non dipende dalla realtà: il testo è totalizzante e autosufficiente (al più rimanda ad altri testi); la conoscenza vi è completamente incapsulata. Se si fa bene il lavoro di lettura, decodificazione e ricostruzione, si apprende. Siccome questi lavori sono interamente mentali, l’ambiente di apprendimento migliore è quello che permette di svolgerli meglio, quello più adatto a mantenere attenzione e concentrazione; quindi un ambiente il più possibile privo di stimoli percettivi provenienti dalla realtà: la biblioteca o lo studio.



'via Blog this'

lunedì 30 novembre 2009

Fame emotiva e bassa autostima vanificano le diete

Per annientare le emozioni angoscianti le persone mangiano, ingrassando nel tentativo di soffocarle sotto ogni tipo di golosità.
Avere i consigli di un esperto su cosa mangiare diventa inutile, poiché il problema non è avere una dieta ipocalorica da seguire, ma controllare e gestire gli stati emotivi che ci portano a mangiare troppo.
Inutile sapere che è fondamentale fare colazione, che servono cinque pasti al giorno per stare in forma, poiché il problema è da ricercare in quella fame che non saziamo con il cibo, che deriva da un malessere profondo e non dalla necessità di nutrirsi.
Sicuramente non saltare i pasti e non trascurare l'alimentazione è importante, ma nello stesso tempo si deve saper riconoscere il tipo di fame per rispondere in modo totalmente diverso ad essa.
La fame reale, quella a cui rispondere con il cibo, si presenta ogni tre ore circa inizia con un brontolio dello stomaco e ci lascia il tempo di organizzarci per decidere cosa mangiare, poiché cresce piano.
Tuttavia, se trascurata si diventa nervosi, irritabili e si hanno anche giramenti di testa, ma la cosa fondamentale è che se si mangia si placa.
La fame emotiva arriva, invece, dirompente, urgente, non ci permette di organizzarci e di scegliere, ma la cosa importantissima è che non si placa mangiando.
Dietro questa fame c'è l'abitudine di rispondere con il cibo a stati d'animo ed emozioni che richiedono di essere affrontate in modo diverso, sicuramente nostra madre ci nutriva quando eravamo irritati, nervosi o annoiati pensando che forse avevamo solo e sempre fame.
Tuttavia, divenuti adulti siamo noi a continuare questo gioco, accompagnandolo spesso con disprezzo per noi stessi, con la sensazione di essere senza speranza e guardandoci allo specchio proviamo fastidio e spesso ci insultiamo.
Iniziare ad apprezzarsi, stimarsi, non offendersi e rispondere alla fame emotiva nel modo giusto è la soluzione.
In uno studio molto interessante il Prof. Ben Fletcher, dell' Università dell'Hertfordshire, ha ottenuto ottimi risultati insegnando a persone in sovrappeso a distinguere i due tipi di fame e a rispondere alla fame emotiva mutando stato d'animo facendo delle attività.
Ha insegnato loro a rispondere alla fame emotiva programmando un'uscita, andando al cinema, telefonando a un amico, ottenendo ottimi risultati.

domenica 14 giugno 2009

CIO' CHE CONSIDERIAMO LA REALTA' E' SOLO UNA NOSTRA INTERPRETAZIONE

Vi era uno di questi monasteri nel Nord del Giappone tenuto da due fratelli; il più anziano era molto istruito, e il più giovane era piuttosto stupido e in più orbo di un occhio. Una sera un monaco errante capitò da quelle parti a chiedere ospitalità. Il fratello maggiore era molto stanco, poiché aveva passato tutto il giorno a studiare, perciò disse al più giovane che doveva essere lui ad affrontare il dibattito.
«Abbi cura che il vostro dialogo avvenga in silenzio», lo ammonì.
Alcune ore dopo il viandante si presentò dal monaco più anziano dicendo:
«Vostro fratello è proprio un tipo straordinario! Ha vinto il dibattito in modo assolutamente geniale, cosi ora devo andarmene, non mi è più possibile rimanere».
«Prima di andarvene - disse il fratello più anziano - vorreste essere così gentile da raccontarmi com'è andato il dibattito?».
«Beh - disse il viandante - per prima cosa io ho sollevato un dito per simboleggiare il Buddha.
Allora il vostro giovane fratello ha alzato due dita, che stavano a rappresentare il Buddha e il suo divino insegnamento. Cosi io ho sollevato tre dita ad indicare il Buddha, il suo divino insegnamento, e i suoi discepoli.
A questo punto il vostro sagace fratello agitò il pugno chiuso davanti alla mia faccia, ad indicare che tutte queste tre cose provengono da un'unica realizzazione».
E con queste parole il viandante partì.
Alcune ore più tardi il giovane monaco comparve davanti al fratello con aria afflitta.
«Mi è parso di capire che hai vinto il dibattito». Gli disse il fratello più anziano.
«Non ho vinto niente -rispose- quel viandante era proprio un villano».
«Toh -esclamò l'altro -raccontami come è andata...».
«Sai che ha fatto -prosegui il giovane- appena mi ha visto ha alzato un dito per insultarmi, per farmi notare che sono orbo di un occhio. Ma ho pensato che, poiché era un forestiero, era mio dovere comportarmi educatamente, cosi ho alzato due dita per congratularmi con lui che di occhi ne aveva due.
A questo punto quello screanzato ha alzato tre dita per farmi capire che in due avevamo solo tre occhi, cosi non ci ho visto più...sono diventato pazzo di rabbia e l'ho minacciato di spaccargli il muso con un pugno».
L'anziano fratello rise

martedì 9 giugno 2009

Sogno o son desto?I processi cognitivi tra REALE e VIRTUALE

A cura di:Paolo Manzelli
Viviamo in una epoca in cui il “TANGIBILE” tende a diminuire di valore, mentre l' “INTANGIBILE” cresce come valore aggiunto sociale ed economico.
Con l' avvento di “Internet” la “dimensione dell'Intangibile” ha acquisito in valore in seguito alla immediatezza ed al basso costo della comunicazione interattiva.
Certamente questa nuova dimensione facilita la esigenza di un profondo cambiamento cognitivo, proprio in quanto in un mondo virtuale tutto ciò che accade è continuamente interconnesso dalla rete Internet.
La trasformazione dei modelli di realtà nel loro divenire “virtuali” consiste nel fatto che vengono evocati come nel sogno dal alcune parole chiave, per mezzo di un motore di ricerca, ed evidenziati dal computer in uno spazio immaginario, in cui persone ed oggetti non possono essere toccati, ma comunque interagiscono con la nostra mente come elementi ovunque presenti a portata di un click.
Proprio in quanto riferito ad una dimensione “intangibile” il termine “Virtuale” ha acquisito inizialmente il significato di “fittizio”, in quanto si contrappone alla antiquata concezione di “reale in quanto tangibile”.
In vero la concezione di “Virtuale è mutuata da Virtù’" perché effettivamente permette di acquisire coscienza di quanto non è visibile “ad occhio nudo”; ciò e importante perché il credere di percepire oggettivamente la realtà è falso proprio in quanto di fatto siamo capaci di vedere e toccare solo una parte grossolana della realtà.
Se infatti riuscissimo percepire la energia che circonda ogni cosa, non riusciremo più a distinguere le cose materiali come oggetti separati tra di loro; ma non per questo l'Energia non esiste.
Ciò e ben noto scientificamente, ma è proprio la comunicazione via Internet quella che contemporaneamente ci propone un cambiamento cognitivo delle relazioni tra “REALE” e “VIRTUALE”.
Tale cambiamento concettuale pertanto non è solo tecnologico ma essenzialmente culturale.
Infatti dato che è importante essere coscienti del fatto che noi osserviamo solo una porzione della realtà, quando si parla di “virtuale” dobbiamo evitare di ricorrere all'idea che si tratti di qualche cosa di immaginario, fantastico, a volte ingannevole; ma di una realtà più profonda ed culturalmente innovativa, che dobbiamo imparare ad apprendere, superando la antiquata mentalità basata su una cultura della società industriale che ha dato maggior valore economico e sociale al mercato degli oggetti anziché al pensiero creativo.
Lo stesso sviluppo della scienza contemporanea, dimostra che il pensiero creativo si fonda più sul immaginario scientifico che non sulla osservazione di oggetti visibili tangibili e sensorialmente recepibili dal loro odore o gusto.
Ricordiamo infatti anche che in varie occasioni famosi scienziati hanno evocato il loro immaginario creativo proprio dai sogni.
È facile pertanto comprendere che grandi cambiamenti di pensiero sono avvenuti nella storia dell'uomo quanto sono emerse interpretazioni in contrasto con la visione scientifica e culturale della precedente epoca.
Allo sviluppo dell'immaginario scientifico ha contribuito il sognare ed il fantasticare più della osservazione limitata alla percezione della realtà, e pertanto grandi contributi alla concezione di quanto è “intangibile” ed al contempo “reale” sono stati recepiti sia sia nel sogno che nel fantasticare ad occhi aperti perseguendo un proprio immaginario interiore.
In antichità l'interpretazione dei sogni fu considerata la via principale per affrontare la preveggenza VIRTUOSA della mente (dal latino “virtualis che viene da virtus = forza, potenza”) IL VIRTUALE non era infatti una una categoria che si opponeva al reale e pertanto nella antiche culture il sogno ebbe ed ha ancor oggi un valore profetico.
Oggi dobbiamo ammettere che nel quadro delle conoscenze affermatesi nell'epoca industriale si stenta ancora a credere nella interpretazione dei sogni, ciò perché si associa il sogno ad una forma mentale inconsapevole, mentre purtroppo contraddittoriamente si tende a ritenere oggettivo quello che ci viene propinato dalle immagini televisive facilmente manipolabili.
Sigmund Freud, per primo, nel 1899 con “L'interpretazione dei sogni”, restituì al sogno il grande potere che riveste per la vita psichica dell'uomo, ponendosi il problema di scandagliare gli elementi più remoti, reconditi ed ancestrali della psiche; i suoi studi sul contenuto latente, relativi al processo di rimozione e di auto-censura hanno aperto innovative prospettive a tendenze nella comprensione delle relazioni tra Cervello e sviluppo della Mente.
Di seguito Carl Gustav Jung, suggerì i sogni potevano essere letti col metodo prospettico, con uno sguardo sul futuro, ciò consentì a Jung di osservare nel vissuto onirico, le linee di sviluppo della crescita psicologica, a partire dalla potenzialità che nel sogno si manifestino “cose non ancora realizzate”.
Oggigiorno, nell'epoca di transizione socio-economica tra il valore TANGIBILE delle COSE ed il Valore INTANGIBILE dei prodotti della MENTE, è necessario tradurre l'inconscio in attività coscienti capaci di avvalorare la produzione di innovazione e di tutto quanto è un prodotto intangibile della mente umana, iniziando a rifletter sul fatto che almeno un terzo della nostra vita reale la passiamo dormendo e che anche dal sogno possiamo reperire le strategie per modificare e cambiare le nostre consuete forme di pensiero ormai storicamente obsolete ciò al fine di evitare problemi psicologici nella vita concreta di tutti i giorni.
Così come dopo un poco di stupore anche un bambino capisce che nello specchio la immagine virtuale è quella riflessa, ma che ciò non significa che non sia vera solo perché direttamente impalpabile e di conseguenza si rende conto che l'illusione percettiva sta nel credere che la immagine sia situata apparentemente dentro lo specchio, così pure oggi dovremo re-interpretare il valore della capacità mentale dell'uomo e riconoscere la Virtualità innata nel proprio cervello, che in sostanza consiste nel insorgere una fertile immaginazione cosciente, tale che permetta di riconoscere le illusioni e le verità di tutto ciò che va oltre alla semplice percezione delle cose.
ONDE CELEBRALI E STATI DI COSCIENZA
Le diverse attività cerebrali si dividono in quattro fasce di frequenza, misurabili con apparecchi elettronici e calcolati in ‘cicli al secondo', o Hertz (Hz), che corrispondono a quattro diversi stati di coscienza.
Onde beta: frequenza che varia da 14 a 30 Hz
Appaiono normalmente nello stato di veglia, quando si utilizza l'emisfero sinistro: permettono di agire e reagire, di controllare la situazione e risolvere velocemente i problemi.
Sono alla base delle fondamentali attività di sopravvivenza, di ordinamento, di selezione e valutazione degli stimoli provenienti dal mondo esterno sulla base delle conoscenze acquisite.
Onde alfa: frequenza da 8 a 14 Hz
Sono connesse allo stato di rilassamento, di meditazione e di introspezione: si può raggiungere questo stato anche ad occhi aperti, quando si è particolarmente sereni , concentrati su di sé e sullo sviluppo delle proprie idee.
Onde theta: frequenza da 4 a 8 Hz
Associate alla creatività, vengono prodotte in stato di meditazione profonda e durante il sogno (fase Rem e sogno ad occhi aperti), quando usiamo l'immaginazione e la visualizzazione. Indicano anche una grande capacità intuitiva.
Onde delta: frequenza da 0,5 a 4 Hz
Associate a uno stato profondo di rilassamento psicofisico, sono proprie della mente in uno stato inconscio che può provocare auto-generazione cognitiva ed anche di auto-guarigione.

sabato 20 dicembre 2008

Libero arbitrio e manifestazioni della coscienza

Liberamente tratto da:
Benjamin Libet ripropone il grande problema del libero arbitrio, che fa parte del più generale problema del rapporto mente-corpo.
Libet, insieme ad alcuni collaboratori, in una serie di esperimenti condotti nei primi anni '80, si poneva l'obiettivo di trovare delle relazioni quanto più possibili precise tra l'esperienza cosciente (vedi coscienza) e l'attivazione di determinate zone cerebrali. Le indagini sul campo condotte da Libet possono essere generalmente divise in due fasi principali:
1. Ricerche tese a mettere in rapporto la percezione cosciente di stimoli sensoriali (tattili) con i relativi correlati neurali. Libet trovò che le stimolazioni a livello cutaneo venivano percepite consapevolmente dal soggetto soltanto dopo circa 150 msec. dopo il loro inizio, mentre non veniva avvertita alcuna sensazione se lo stimolo durava meno di 150 msec. In un'altra serie di esperimenti, in cui i soggetti (pazienti che dovevano essere sottoposti ad operazioni al cervello ), erano stimolati con deboli correnti per mezzo di elettrodi inseriti direttamente in zone circoscritte della corteccia note per il loro coinvolgimento nella sensazione cutanea Libet rilevò invece un intervallo di tempo di circa 0,5 sec. tra la sollecitazione e la relativa esperienza avvertita a livello cosciente. Anche in questo caso, se la sollecitazione aveva una durata inferiore, non veniva percepita coscientemente dal soggetto.
2. Ricerche che miravano a individuare la relazione tra l'intenzione cosciente - la volontà del soggetto - di compiere determinati movimenti e l'attivazione di specifici gruppi neuronali, segnalata da potenziali elettrici misurati con elettrodi collocati sul cranio.
Le conclusioni tratte da Libet furono che le azioni volontarie incominciano a livello neurale, come segnalato dal potenziale di preparazione, e solo successivamente (dopo almeno 300-350 msec.) il soggetto diviene consapevole dell'intenzione di agire. Se tuttavia l'attività cerebrale preposta all'azione volontaria si manifesta prima del sorgere della volontà di agire, questa appare piuttosto una conseguenza dell'attività stessa, e non il fattore che la determina. E' facile rendersi conto che, in tale prospettiva, la concezione di un soggetto in grado di agire in maniera autonoma appare irrimediabilmente compromessa. Libet suggerisce di assegnare al libero arbitrio un ruolo più ridotto rispetto a quello ad esso riconosciuto tradizionalmente: il libero arbitrio non consisterebbe nella capacità di dare il via all'azione, bensì nella possibilità di decidere nel momento del manifestarsi dell'intenzione cosciente (300-350 msec. dopo l'inizio del potenziale di preparazione, ma 150-200 msec. prima dell'effettivo inizio dell'azione), se dar corso all'azione o se inibirla.
Il ruolo della volontà - del libero arbitrio - si svolgerebbe, nell'ottica libettiana, soltanto nel senso del controllo, dell'inibizione, nei confronti di azioni che vengono predisposte, in maniera del tutto inconscia, a livello neuronale.
Riferimenti bibliografici :
Libet,B. Mind time. Il fattore temporale nella coscienza, Raffaello Cortina, Milano, 2007

martedì 7 ottobre 2008

Anticipazione percettiva

di: Paolo Manzelli/University of Florence
Il nostro cervello anticipa continuamente il corso futuro degli eventi; tale naturale possibilità serve e garantire una continuità temporale tra passato presente e futuro.
Certamente il cervello non è un apparato “veggente” cioè proiettato solo verso il futuro, ma comunque possiede in parte anche queste possibilità.
Vediamone scientificamente il perché !
Il bambino appena nato non “vede nulla” dato che non ha alcuna possibilità di riconoscimento.
Infatti deve ancora costruire la propria memoria. percettiva. ricevendo la informazione sull'ambiente mediante i sensi che forniscono con continuità le differenze spaziali e le differenze temporali tra stati successivi degli eventi, permettendo la memorizzandone una traccia mnemonica necessaria per attuare il riconoscimento significativo della percezione visiva. Il riconoscimento mnemonico permette infatti di attuare una distinzione tra i singoli eventi percepiti ed il flusso continuo di ciò che è percepito attraverso i sensi, permettendo di focalizzare e stabilizzare la percezione delle informazione ricevuta dai sensi.
La memoria serve pertanto a dare un senso riconoscibile ad una informazione che di per se stessa non ne ha alcuna, essendo composta solo da una collezione di passate differenze informative recepite per via sensoriale.
Tale ragionamento serve a capire che il cervello utilizzando di differenti modalità di integrazione delle aree che memorizzano a breve e lungo termine, compie una duplice funzione attribuibile alla parallela attività dei due emisferi cerebrali... Infatti mentre da un lato il cervello tende a compiere una categorizzazione seriale degli stimoli sensoriali suddividendoli, nella memoria a lungo termine, in categorie riconoscibili come sensazioni, dall'altro tende a dare significato anticipativo alla informazione elaborando, (con modalità sinergiche più proprie della memoria a breve termine), un pronostico necessario per interpretare la dinamica degli eventi evitando in tal modo una scissione della coscienza tra passato presente e futuro. Possiamo avvalorare tale interpretazione della percezione ricordando ad esempio il fatto che quando ( noi occidentali) andiamo in Cina gli asiatici ci appaiono tutti simili , così come per loro sembriamo a prima vista sostanzialmente tutti uguali quando vengono da noi.
Ciò accade perché il cervello nella sua categorizzazione mnemonica tende a costruire un modello dei tratti caratteristici del volto di mediando le informazioni tra tutte le facce note in modo da poter riconoscere più facilmente le minime differenze tra un volto ed un altro.
L'europeo quindi costruisce i volti sulla base di un modello, ma se il modello del volto dei cinesi è fortemente diverso il cervello deve rielaborare una nuova categoria partendo dal mediare i connotati disponibili delle facce visibili nel nuovo ambiente così da poterne nuovamente apprezzare le minime differenze rispetto al nuovo modello cognitivo e distinguere nuovamente ciascun volto.
L'uomo evidentemente e più sensibile ai volti umani a partire da quello della mamma, ma un tale andamento di riconoscimento percettivo avviene anche per tutte le altre cose osservabili.
Certamente senza una contemporanea funzionalità di ricostruzione anticipativa della dinamica degli eventi ci ritroveremo a vivere in un gap temporale che viene compensato proprio dalla innata capacita intuitiva ed immaginativa che si ritiene già sviluppata nella vita intra-uterina e che inoltre durante la vita ci disponiamo ad allenare frequentemente sognando.
La storia della scienza e una dimostrazione di come il cervello sappia elaborare l'immaginario percettivo generando logiche interpretative con cui vengono affrontate le problematiche osservate per dimensionare un pronostico anticipativo degli eventi e pertanto per esplorare il futuro.
Oggi le “neuroscienze cognitive” hanno iniziato a comprendere le basi neurologiche per mezzo delle quali il cervello acquisisce una percezione significativa del mondo generando una percezione visiva che altro non e che lo scenario delle nostre interazioni possibili con l'ambiente in cui viviamo. In conclusione oggi ci troviamo a dover rivedere le concezioni che in passato hanno fatto ritenere che il vedere con gli occhi, avvenisse creando una immagine impressa direttamente sulla retina, così come fa una macchina fotografica, per poi essere poi trasmessa memorizzata dal cervello similmente a ciò che avviene nello sviluppo di una pellicola fotografica.
In vero tale interpretazione è evidentemente ormai obsoleta anche perché non prende nella benché minima considerazione il fatto che comunque infine siamo noi a vedere la fotografia. Pertanto dobbiamo considerare che tale interpretazione delle nostre modalità di vedere è stata basata su un modello meccanico della percezione che è stato concepito con troppa semplicità proprio in quanto in realtà nell'occhio non si rileva alcuna immagine già descritta né come forme e neppure come colori.
La retina è invece un ricettore di un flusso di informazione che viene canalizzato da sistemi a duplice di polarizzazione per attuare una doppia analisi significativa nei due emisferi cerebrali del cervello che nella loro sintesi costruiscono interattivamente il mondo che vediamo come previsione delle nostre possibili interazioni con l'ambiente.

venerdì 26 settembre 2008

La formazione di concetti

di: Oscar Bettelli
Esiste un collegamento immediato fra categorizzazione percettuale e memoria, come si può desumere dall'esistenza di una coscienza primaria presente anche negli animali.
Esiste un aspetto centrale nella funzione cerebrale che concerne concetti e la formazione di concetti.
Concetti diversi non solo possono essere collegati in ordini particolari durante il pensiero ma possono anche concernere gli ordinamenti che implicano memoria e successione spaziotemporale.
I concetti sono necessari per la formazione della memoria di valori e categorie ritenuta essenziale per la coscienza primaria.
I concetti sono difficili da definire e la loro esistenza e le loro basi neurali devono essere inferiti indirettamente dai dati sperimentali.
Inoltre si è tentati di considerare i concetti come proprietà del linguaggio; ma non è così.
Si può infatti sostenere con buone ragioni che anche animali privi di vere capacità linguistiche, come gli scimpanzé, hanno concetti e che i concetti vengono acquisiti prima del linguaggio. Occorre resistere alla tentazione di pensare che i concetti siano semplicemente immagini mentali o che siano essi stessi il linguaggio del pensiero.
Un animale capace di formare concetti è in grado di identificare una particolare cosa o azione e controllarne il comportamento futuro, in un modo più o meno generale, proprio sulla base di tale identificazione: in particolare agisce come se fosse in grado di formare giudizi fondati sul riconoscimento dell'appartenenza a categorie o di integrare particolari in universali.
Tale riconoscimento non solo si fonda sulla categorizzazione percettuale, ma deve essere anche relazionale.
Le capacità di formazione dei concetti devono permettere la valutazione delle conseguenze obiettive di azioni e la generalizzazione da una classe di stimoli a un'altra, e devono essere in grado di assimilare contenuti nuovi.
Durante l'evoluzione e anche nell'individuo i concetti precedono il linguaggio e il significato.
La formazione dei concetti precede la semantica.
I concetti prendono l'avvio dai materiali forniti dall'apparato percettuale, sono costruiti dal cervello e richiedono la memoria.
Diversamente dalla parola, non sono convenzionali o arbitrari non sono legati a una comunità linguistica e non dipendono da una presentazione sequenziale.
Nella loro forma più complessa, i concetti possono servire di base a schemi di immagini, compendiando una varietà di situazioni fisiche generali.
La formazione di concetti è relazionale, può essere usata per l'identificazione e per un'ulteriore generalizzazione su cose e rapporti nel mondo ed è perciò una condizione necessaria ma non sufficiente per la semantica nella misura in cui nell'uso presente consideriamo i concetti diversi da parole, significati e linguaggio.
Queste considerazioni suggeriscono che la capacità di avere concetti deve aver richiesto l'evoluzione di regioni cerebrali capaci di particolari funzioni, evolutesi in epoche più recenti ma tuttavia fondate strutturalmente sulle funzioni anteriori della categorizzazione percettuale, della memoria e dell'apprendimento.

venerdì 19 settembre 2008

Database associativi: ecco come ragiona un essere umano

di: Oscar Bettelli

Il modo di ragionare umano utilizza in maniera elastica le associazioni esistenti tra concetti, parole e simboli del contesto discorsivo.
La tecnologia dei data base si è soffermata principalmente sulle relazioni esistenti tra entità; le relazioni sono delle associazioni prefissate e definite logicamente e rappresentabili con funzioni. Nel flusso normale di un colloquio le associazioni svolgono un ruolo predominante e determinano la direzione del discorso.
Una difficoltà all'apparenza insormontabile che si presenta agli studiosi della dinamica delle associazioni consiste nel fatto che ogni cosa può essere associata a qualsiasi altra in maniera completamente arbitraria, il reticolo di rimandi aumenta a dismisura.
Un modo per rappresentare oggetti consiste nell'attribuire un nome ad ogni parte di interesse. Una tipica associazione può essere descritta come xn - x1,x2,...,xk un nome xn associato a k nomi distinti. Un metodo di costruzione di grafi di associazioni particolarmente efficienti è basato sulla struttura ad ipercubo.
Si può dimostrare che navigando in un grafo con struttura ad ipercubo è possibile raggiungere ogni nodo con un numero ottimale di passi. Le associazioni possono essere classificate in associazioni dirette o associazioni mediate da termini intermedi.
È possibile infatti connettere due nodi passando attraverso altri termini e realizzare una associazione indiretta. È sorprendente la facilità con cui la mente utilizza le associazioni senza esserne sopraffatta; quando si sperimenta con un computer un numero di associazioni significativo ci si trova di fronte a tempi di risposta eccessivamente lunghi.
Inoltre occorre un criterio di scelta o di discernimento per evitare che troppe associazioni blocchino il procedere normale del colloquio. Probabilmente nel cervello interviene il tipo di memoria olistica che consente la contemporanea elaborazione di molte associazioni.
Rimane comunque fondamentale l'attività cosciente legata all'attenzione che consente di decidere quali associazioni sono significative in un determinato contesto.
Algoritmi costruiti sulla dinamica associativa, pur essendo interessanti per le prestazioni pseudo-umane che presentano, mostrano una decisa carenza per quanto riguarda la capacità di selezionare i termini pertinenti rispetto al complesso di associazioni che vengono attivate. È possibile, concettualmente, rappresentare una associazione come un percorso definito in un grafo di relazioni.
Le relazioni sono gestibili a calcolatore, ne consegue che le associazioni possono essere manipolate con algoritmi opportuni. Si pone però un problema: i grafi che rappresentano associazioni reali sono dinamici, si modificano nel tempo.
Diviene quindi interessante lo studio di algoritmi dinamici che consentano un'ottimizzazione delle relazioni e di conseguenza delle associazioni. È possibile definire una metrica sul grafo che consente la costruzione di intorni, relativamente ai nodi, simulando un comportamento analogo a quello che si otterrebbe con l'utilizzo di fuzzy-sets.
Per concludere il concetto di associazione si dimostra di estremo interesse nella progettazione di data base con prestazioni più elastiche di quelle ottenibili dalla tecnologia classica.
Per simulare le prestazioni analogiche umane, il concetto di associazione occupa un posto centrale nella logica degli algoritmi a calcolatore.
Resta necessario uno sforzo della comunità scientifica per lo studio delle caratteristiche che il concetto di associazione comporta per le future tecnologie informatiche.